CHI SIAMO
BOUGIER TOTO.
Bougier TOTO appare con il disastro. È solo una presenza che si fa sentire quando il mondo ruggisce. Senza corpo, senza voce, senza genere. Senza nulla. Bougier TOTO non è rappresentabile. A volte lo si sente tra le montagne, dopo lunghe camminate, in silenzio. Nella tempesta, è la nostra stella polare. Il suo nome ci fa da guida, l’abbiamo solo preso in prestito.
Bougier TOTO, che ha sede in Auvergne-Rhône Alpes, nasce nel 2022 grazie all’incontro tra Jules Benveniste (attore, autore e regista) e Caroline Otupal (amministratrice). Il nostro obiettivo comune è quello di creare un duo complementare per sviluppare lo strumento che ci permette di trasmettere, attraverso una pratica teatrale e performativa, modi ludici, leggeri e trasformativi di osservare se stessi e il mondo. Bougier TOTO ci serve da cornice per abbattere le barriere tra le categorie e accedere a una trasmissione che mescola intimità, storia, tradizione e traduzione.
ORIGINE DEL NOME.
«Bougier»: cercare di illuminare, consapevolmente, attraverso il movimento, me stesso e ciò che mi circonda direttamente. Si tratta di un gioco di parole nato dalla contrazione dei termini «bouger» (muoversi) e «bougie» (candela).
Muoversi è per noi la prima azione che il teatro richiede.
Quanto alla candela, essa illumina e si consuma. Una candela rivela la sua massima esistenza solo quando non esiste più. Proprio come la rappresentazione teatrale e l’essere umano. Ma per questo occorre un’atmosfera predisposta, troppa luce o troppe correnti d’aria la renderebbero inutilizzabile. La candela è fragile. Proprio come il teatro e gli esseri umani.
«Bougier» avrebbe potuto essere un neologismo.
La parola indica una pratica artigianale tradizionale: «passare della cera fusa sul bordo di un tessuto per evitare che si sfilacci».
Un ultimo livello fonetico si aggiunge al gioco di parole. «Bougier» assomiglia a «bugíe», che in italiano significa «bugie». Ancora una volta questo riguarda il teatro e gli esseri umani. Ma non allo stesso modo.
TOTO si riferisce all’attore italiano, il Principe Totò.
Bougier TOTO potrebbe essere il nome di un clown. È per ricordarci che è meglio riderci sopra piuttosto che piangere.
MANIFESTO
Nel teatro – così come lo intendiamo noi – la distruzione ha un posto ben definito, e non solo è posta al centro, ma può anche provocare un immenso piacere. Questo teatro è un luogo in cui è possibile osservare ciò che nella vita quotidiana fatica a essere visto. Quando diciamo teatro, parliamo di un'attività umana che collega tre aspetti:
la sfera pubblica (o politica)
la sfera privata (o intima)
la sfera sacra (o spirituale)
Affinché questo teatro abbia luogo nel profondo, cioè in ciò che collega le anime di tutte le persone presenti, non può, a nostro avviso, limitarsi a essere uno spettacolo. Si manifesta a frammenti, in modo incerto, e tende al silenzio, alla scomparsa, all’impressione diffusa e conservata nelle memorie viventi che l’hanno registrata.
Riteniamo che nel teatro, che è una delle arti della presenza, l’insieme delle azioni concorra, con il minimo sforzo possibile, a rivelare che l’assenza è ciò che, di gran lunga, è il più animato.
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Questo teatro che cerco disperatamente di comprendere agirà pienamente su di me quando avrò accettato le parti di incomprensibile che lo compongono. Un po’ come con la vita, o il reale; e questo indipendentemente dal mio ruolo nel suo svolgersi. Un teatro che cerco, quello che attira la mia attenzione, quello che mi invita a prestare attenzione, quello che manifesta la possibilità e la delicata potenza del sapore, esiste almeno due volte: nel reale, nella finzione, e nell’intreccio di queste due linee di fuga. Si manifesta nella città, in un determinato momento e luogo, e può trarre ispirazione dalla morte.
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La morte che sconvolge.
La morte che pone un problema.
Individualmente e collettivamente.
Che è, essa stessa, il centro.
Un teatro è, qui, un luogo dove la lotta si pratica simultaneamente attraverso:
il corpo materiale (quello che si vede),
il corpo astrale (quello che viene percepito)
il corpo sottile (quello che collega);
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Questa lotta è un’arte, un combattimento, una resistenza; non può aver luogo senza la cura che ho per le parti che la compongono.Curo la mia presenza, mi prendo cura del luogo, dell’abito, del tono, dello sguardo. Mi prendo cura del o dei partner, del o degli avversari (se ce ne sono, e spesso ce ne sono).
Questa lotta è parte integrante del teatro che sto cercando; e se entra in scena è per imparare – per essere istruita e per conoscere se stessa – che non può avere senso nella dicotomia vittoria-sconfitta, due concetti competitivi di opposizione e oppressione, ma nella continuazione di questo sforzo che richiede un’attenzione ininterrotta e riconosce l’impotenza come condizione della pratica. In questo senso, questo teatro è uno spazio di educazione reciproca dove i corpi che vedono gli altri e sono visti dagli altri imparano e insegnano.
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A teatro tutti si vedono essere e agire, ma in proporzioni diverse. Anche al buio, perché vedere non è solo una questione visiva, ma sensoriale.
Imparare a vedere: cominciare col vedere che ci sono cose che non vedo.
C'è uno sguardo del cuore.
Imparare ad ascoltare.
È questa la questione.
I teatri sono stati costruiti sul modello delle navi. I tronchi diventati scafi sanno che l’unica condizione necessaria alla navigazione è la possibilità del naufragio. Un teatro che naviga è un teatro che può, in qualsiasi momento, arenarsi. Da un silenzio organizzato dall’attenzione e a essa dedicato, questo teatro cerca di dare almeno una voce, anche la più flebile, a ciò che è stato e rimane (a nostra insaputa o per la nostra più egoistica felicità) un grido dell’anima.
Compito arduo.
Il teatro di cui cerchiamo la manifestazione nell’esistenza vissuta è un’etica permanente di educazione ai valori che plasmano il dialogo: ascolto, adattamento, coraggio, fiducia, resistenza, ardore, sensibilità, amore. Per dialogo intendiamo il fenomeno che cerca di far emergere una verità, ovvero il crollo, la caduta di un sapere.
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Silenzio.
maggio 2024